Il Mestiere del Cacciacciaio



Unodue avanzò nell’erba in un cigolare di giunture. Scavalcò il guscio vuoto di una chiocciola, scostò due steli rinsecchiti e si trovò in una striscia di terra spoglia. Scarti! Copertura compromessa! Fece un passo indietro.

Il braccio formicolò all’altezza del polso destro. «Problemi 32784+?»
Si portò il ricevitore della mano alla bocca e pigiò con un dito il pulsante sul polso. «No, nulla di irrisolvibile. Smettila di distrarmi e lascia che esegua le direttive.» Lasciò il pulsante.
«Scusa tanto 327-»
Pigiò il pulsante. «Per il Nucleo, Chip! Smettila di chiamarmi per cognome.» Tolse il dito.
«Unodue, la procedura prevede-»
Schiacciò il pulsante. «So cosa prevede la biologicissima procedura, faccio il Cacciacciaio da prima che il Nucleo ti avesse progettato e se ti dico che d’ora in poi dovrai chiamarmi per nome, dovrai chiamarmi per nome! Passo e chiudo.» Tolse il dito dal polso, diede una sbirciata a quella biologica striscia di terra oltre gli steli e si portò l’avambraccio sinistro ricoperto di pulsanti davanti agli obiettivi. Dove scarti era finito il… ah, eccolo.
Cliccò il pulsante dell’upgrade ruotatore. Le braccia gli si allungarono verso terra, lo sollevarono in un cigolare di ingranaggi. Le gambe si avvicinarono, i piedi a mezza sfera si inclinarono in modo da porre la parte piatta l’una di fronte all’altra. Si congiunsero in una sfera completa. Le mani abbandonarono la presa sul terreno e lo lasciarono cadere a terra.
Unodue sbatté le palpebre degli obiettivi e si portò la mano destra allo sportello della pancia, piegandosi in avanti. Avrebbero dovuto inventare un upgrade per eliminare la nausea per l’uso dei nuovi upgrade! La testa gli girò di 360 gradi sul busto. Non era stata una buona idea ingozzarsi tanto di rame quella mattina.
Si rimise diritto, scostò gli steli. Se la spesa di cinquanta biologicissime rotelle per quell’upgrade si fosse dimostrata infruttuosa, quel pezzo di scarti del Programmatore l’avrebbe sentito! Eccome se l’avrebbe sentito!
Si tuffò nella striscia di terra. La sfera schizzò sul terreno sollevando una scia di polvere. Non emise suono malgrado le irregolarità della superficie. Cinquanta rotelle ben spese.
Superò la striscia di terra e rientrò nell’erba. Avanzò fino a trovarsi di fronte al sentiero di ghiaia diretto ai tre gradini della veranda. A quei tre biologicissimi e arrugginitissimi gradini. Appena tornato si sarebbe fatto fare un upgrade per poter sospirare, dicevano che aiutava a calmare i circuiti sotto pressione.
Portò la mano alla manopola sinistra della testa. La ruotò in avanti. Gli obiettivi zoomarono sino alla porta della veranda. C’era una finestrella per gatti.
Bene. Molto bene.
Ruotò la manopola indietro, la visione tornò normale. Si portò davanti agli obiettivi l’avambraccio sinistro e premette il pulsante ruotatore. La sfera si divise nei piedi a mezza sfera.
Osservò la porta, socchiuse gli obiettivi pensoso e cliccò il pulsante del segamotore. La mano destra si rimpicciolì, rientrò nel braccio in un clangore d’ingranaggi. La motosega miniaturizzata uscì dal polso e si espanse fino a diventare grande quanto l’avambraccio. Troppo lucida!
Avanzò nell’erba adiacente al sentiero sino ai gradini, allungò un braccio al bordo del primo e s’issò. Il metallo del braccio gemette. Sollevò una gamba e fece leva col ginocchio sul bordo del gradino fino a salire. Fece lo stesso con gli altri due e si accasciò sul pavimento in legno della veranda.
Biologicissimi gradini…
Rumori di passi dietro la porta. «Torno fra poco, Tesorucciopuccio. Aspetta qui la mammina da bravo, eh?»
Scarti arrugginiti in olio nero! Si rialzò e corse verso il portaombrelli vicino alla porta. La maniglia si abbassò. Scarti! La porta si aprì, il portaombrelli si fece più vicino. Scarti, scarti e ancora scarti! Fece un balzo e atterrò dietro al portaombrelli in un coro di gemiti metallici. L’umana uscì di casa e si chiuse la porta alle spalle. Non l’aveva sentito, bene.
La biologica umana percorse il sentiero fino al cancello, lo aprì e se ne andò. Per il Nucleo, quanto aveva bisogno dell’upgrade per sospirare.
Unodue uscì dal nascondiglio e si avvicinò alla finestrella per gatti. Con uno scatto del polso accese la motosega. Troppo, troppo lucida! La spense con un altro scatto e si gettò contro la finestrella, che si aprì verso l’interno e sbatté alle spalle quando atterrò sul pavimento di casa.
Portò l’indice della mano sinistra al pulsante sul polso. «Sono dentro.» Tolse il dito. Portò l’avambraccio davanti agli obiettivi. Il radar, il radar, il radar… eccolo. Prolungò l’indice fino all’incavo del gomito e premette il pulsante del radaracciaio. Le due parabole emersero dal cranio e si misero a ruotare su sé stesse.
Ridusse l’indice alle dimensioni originarie. Chiuse gli obiettivi e si concentrò sui segnali del radar. Un calorifero arrugginito più avanti, delle biologiche chiavi sul tavolo della stanza adiacente, un inutile vaso di latta nell’altra, un cellulare vicino a… un cellulare! Riaprì gli obiettivi e percorse il corridoio fino alla seconda porta a sinistra. Fece partire la catena dentata e si aprì un foro nella porta, spense la motosega ed entrò.
Una camera da letto. Gli umani dimenticavano sempre lì i cellulari. Chissà perché. Doveva essere per il fatto di dormire sdraiati su quei macretassi, matebassi, mare… olio nero, come scarti si chiamavano? Comunque non dovevano far bene al loro cervello biologico.
Prolungò l’indice sinistro fino all’upgrade dell’arpionatore. La motosega si ridusse e rientrò nel braccio, da cui uscì la testa di un arpione. Si appoggiò al pavimento con un ginocchio e puntò al comodino accanto al letto. Ruotò la manopola sinistra per zoomare sul bersaglio. Comodino di legno, bene. Facile da penetrare.
L’arpione schizzò fino al comodino e lo infilzò, collegandolo al braccio con una corda d’acciaio. Unodue premette il tasto di riavvolgimento sul polso. Il braccio tirò la corda facendolo volare sino all’arpione.
Si aggrappò con la mano sinistra al bordo e tirò via l’arpione. S’issò sul comodino. Vicino alla sveglia c’era il cellulare. Lucidissimo! Uno di quelli ultimo modello. Al Nucleo sarebbe piaciuto parecchio.
Premette il pulsante del risucchiacciaio. L’arpione rientrò e uscì un imbuto. Si avvicinò al cellulare e azionò l’aspiratore. L’apparecchio umano volò sino all’imbuto, ci sbatté contro e si ridusse di volume fino a venire ingoiato. Premette il tasto del risucchiacciaio, tornò ad avere due mani.
Uscì dalla stanza e seguì le indicazioni del radaracciaio: risucchiò un forno a microonde, due computer, un televisore, un nintendo ds, un lettore ebook e un tostapane.
Aspirò un iPod sperduto in mezzo ai cuscini del divano e sostituì il risucchiacciaio con la mano. Il polso gli formicolò.
«3278… cioè, Unodue, hai finito?»
Premette il pulsante. «Quasi, Chip. Le direttive parlavano di una playstation 3.» Si guardò intorno, il radaracciaio segnalò solo due monete sotto al tappeto del salotto. «Sarà ora che cambi il radar, comincia a perdere colpi.» Lasciò il pulsante.
Risate dal ricevitore. «Non è il radar, è il tuo sistema centrale.»
Premette il pulsante. «Scherza pure, Chip, sappi che-» Su di un ripiano del mobile dove aveva risucchiato un televisore c’era la playstation 3. «Obiettivo localizzato. Chiudo.»
Saltò giù dal divano e atterrò sul tappeto cigolando. Corse sino al mobile, installò l’arpione e puntò al ripiano prescelto. Volò sino alla playstation 3, sostituì l’arpione con il risucchiacciaio e aspirò il bersaglio. Direttive eseguite.
Saltò giù dal mobile, alzò lo sguardo sulla porta aperta conducente al corridoio. Un ringhio alle spalle. Si pietrificò, ruotò la testa di 180 gradi. Due fessure nere lo squadrarono da due occhi gialli, circondati da una cascata di peli. Sotto le fauci spalancate, sul petto, pendeva una targhetta dorata con inciso Tesorucciopuccio.
Scarti, arrugginiti, in olio, nero.
Il gatto gli soffiò contro. Unodue premette l’upgrade del segamotore e fece partire la catena dentata. Il rombo della motosega echeggiò nel salotto. «Coraggio, fatti ammazzare.»
Il gatto gli balzò addosso, le zanne snudate. Unodue scartò a destra, afferrò un ciuffo di peli e s’issò sulla schiena della bestia. Gli afferrò un orecchio e calò la motosega. Il gatto si dimenò, facendolo cadere a terra.
Fece leva sul gomito per alzarsi, ma quella bestiaccia biologica gli saltò sopra, bloccando con una zampa il braccio della motosega. Per il Nucleo, quanto pesava! Le zanne si chiusero sulla testa, strinsero l’acciaio. Una pioggia di bava gli appannò gli obiettivi. Razza di scarto biologico!
Allungò la mano sinistra nella bocca del gatto, gli afferrò la lingua e gliel’avvitò. La bestiaccia mollò la presa e scattò indietro. Unodue si rialzò, passò la mano sugli obiettivi bagnati. «Biologico gattaccio! Sai quanto mi ci vorrà per togliere tutti i residui organici della tua bava dalla-»
La bestia gli saltò addosso. Unodue le balzò sulla testa e si lanciò verso la coda. «In nome del Nucleo!» La motosega ne passò da parte a parte la punta, spruzzando sangue ovunque. Atterrò sul tappeto ad un passo dal pezzetto di coda mozzata. Il gatto strillò un miagolio dietro di lui.
Unodue si voltò. «Ti è bastato? Oppure ne vuoi-» Le zanne del gatto gli si chiusero sul braccio destro, ne piegarono il metallo. Gridò. «Biologica bestiaccia!» Prese a pugni la testa del gatto con la mano sinistra. «Lasciami andare! Lasciami!»
Il polso destro formicolò. «32784+, sai che giorno è oggi?»
Unodue sbarrò gli obiettivi, il gatto aumentò la presa. Gemette. Prolungò il dito sino al pulsante del motosegatore. La motosega rientrò nel braccio. Schiacciò con l’indice destro il tasto sul polso. «Skeda? Sei tu?» Afferrò i baffi della bestia con la sinistra, tirò. Il gatto ringhiò e continuò a stringere.
«Oggi è il nostro anniversario, 327! E tu, anziché portarmi a cena al Piatto d’Ottone come promesso, sei al lavoro, come al tuo solito!»
Strappò un baffo con la mano sinistra, premette il pulsante con l’indice destro. «Cara, credimi, adesso non è proprio il momento per-» Il gatto lo sollevò in aria e lo scrollò. Avrebbe vomitato, ne era certo, il rame non sarebbe rimasto nello stomaco ancora a lungo.
Il dito gli si staccò dal pulsante. «Per te non è mai il momento, Unodue! Sempre al lavoro, sempre a caccia per il Nucleo. Esisto anch’io, lo sai?»
Unodue ruggì, strappò un altro baffo, allungò un braccio sino all’orecchio e vi si appese. Sferrò un calcio alla mascella del gatto, che lo scrollò di nuovo. Allungò il dito verso il polso. La bestia gli diede una scrollata e lo sbatté a terra.
Il polso formicolò. «Non rispondi nemmeno, signor 32784+? Bene! Allora sappi che quando tornerai a Sputnikia mi troverai da mia madre!»
Unodue si rialzò, il gatto gli balzò addosso e lo piantò al suolo. Le zanne si chiusero attorno alla testa. «Mi hai stancato, biologico gattaccio!» Prolungò l’indice sinistro fino al pulsante del segamotore, azionò la catena dentellata e afferrò con la mano sinistra una zanna. Premette la motosega sul dente, sprigionando uno spruzzo di scintille. La catena lo passò da parte a parte. Il gatto lasciò la presa miagolando, si scansò e fuggì sotto al divano.
Unodue si rialzò cigolando. Sostituì la motosega con la mano. «E non farti più vedere!» Per il Nucleo quanto avrebbe voluto sospirare.
Il polso formicolò. «Unodue? Unodue mi senti?»
Premette il pulsante. «Ti sento, Chip. Che scarti ci faceva Skeda lì?» Lasciò il polso.
«Non sono riuscita a fermarla, mi dispiace. Sai com’è quando è alterata…»
Chiuse gli obiettivi e si portò una mano alla testa. Lo sapeva eccome.
«Unodue, se hai finito posso far partire la centrifuconnessione.»
Portò il dito al polso. «Attendi un istante, Chip.» Si guardò attorno. «Lasciami il tempo di riprendermi da-» Rimase a bocca aperta. Un mastino lo fissava dalla porta aperta del salotto. Le zanne snudate grondanti di bava. «Olio nero di quello scarto arrugginito che il Nucleo non ha voluto indietro neanche a pagarlo mille rotelle! Fai partire quell’arnese Chip!» Il mastino lo caricò latrando. Unodue si voltò e si mise a correre. «Fai partire la centrifuga! Falla partire!» Lasciò il pulsante sul polso, saltò e premette quello del ruotatore. I piedi si unirono in volo nella sfera. Atterrò sul tappeto e schizzò verso la parete opposta. Le zanne del mastino schioccarono alle spalle.
«Unodue! L’ho azionata, resisti solo due minuti!»
Unodue si fermò e schizzò in retromarcia, si abbassò per scansare le zanne e passò fra le zampe del cane. Premette il pulsante. «Non li ho due arrugginitissimi minuti! Ho qui un bestione capace di ridurmi a un ammasso di scarti con un morso solo!»
Si voltò e schizzò verso la porta. Il mastino abbaiò dietro di lui, le falcate fecero tremare il pavimento. Unodue sostituì la motosega con la mano e la congiunse alla sinistra. «Grande Nucleo, giuro che non pronuncerò più il tuo nome invano se-» Una zampata lo investì al fianco sinistro e lo fece volare contro la parete. Cadde a terra sferragliando.
Si rimise diritto sulla sfera, ciondolante. Il cane gli camminò incontro, gli occhi fissi su di lui. «Vuoi la guerra, biologico scarto arrugginito?» Portò l’avambraccio sinistro davanti agli obiettivi. Scorse col dito la fila di pulsanti fino a trovare quello giusto. «Adesso ti faccio vedere io!» Premette il pulsante. La mano destra rientrò nel braccio e il cannone sparachiodi, lungo quanto lui, emerse dal polso.
Sostituì la sfera con i piedi, poggiò a terra un ginocchio e resse la parte inferiore della canna con la mano. La zampa anteriore destra del cane entrò nel mirino. «Ora assaggerai la furia ingegnosa di uno Sputnik Cacciacciaio!» Il cannone sparò, spingendolo indietro per il rinculo. Il mastino spiccò un balzo e il chiodo schizzò sotto di lui. «Scarti!»
Il cane gli atterrò davanti e lo strinse fra le zanne. Unodue sostituì il cannone con la mano e afferrò due zanne superiori. Spinse i piedi contro quelle inferiori, l’acciaio degli arti gemette per lo sforzo di tenere aperta la bocca della bestia. Cascate di bava lo inondarono colando dalle gengive.
Senza mollare la presa, prolungò un dito fino al pulsante del polso. «Chip! Per la grande Sputnikia, quanto olio nero ci metti?» Le braccia cigolarono, i gomiti tremanti si piegarono.
«Resisti ancora un po’, ci siamo quasi!»
Le zanne spinsero sulla parte piatta dei piedi, le gambe si piegarono. «Che il Nucleo mi aiuti!» Il mastino ringhiò, la bava gli ricoprì gli obiettivi, penetrò nelle giunture. Le zanne fra le mani ad un dito dalla testa. Premette il pulsante. «Chip!» Lo lasciò.
«Ecco, centrifuconnessione ultimata. Centrifuga azionata!»
Le parabole radar sulla testa rientrarono nel cranio. L’aura di luce blu lo circondò. «Ci vediamo, biologico cagnaccio!» Scosse elettriche percorsero il corpo d’acciaio. Il mastino mollò la presa uggiolando. Unodue restò a mezz’aria e prese a vorticare.
Il salotto si fece indistinto. Il cane si dissolse, il mobile dove stava la playstation 3 svanì, il divano scomparve, Tesorucciopuccio si smaterializzò e il rame nello stomaco parve avere tutta l’intenzione di tornare su. Chiuse gli obiettivi.

«Bentornato Unodue.»
Unodue aprì gli obiettivi, sbatté le palpebre e uscì dalla capsula di vetro. Si mise in ginocchio e appoggiò le fronte sul pavimento della camera di centrifugazione. «Sputnikia dolce Sputnikia…» Vomitò. Grumi di rame galleggiarono in un lago d’olio.
«Per il Nucleo, Unodue, un’altra volta no!» Chip si alzò dalla postazione di controllo dietro il banco di trasferimento e lo raggiunse.
Unodue gli afferrò il braccio e si tirò in piedi. Tenne premuta la mano sullo sportello della pancia. «Scusa.» Sbatté le palpebre. «Temo avessi ragione, non ho più sette anni.»
Chip annuì. La mascella d’acciaio più larga della testa si aprì. «Ehm, io temo invece che tua moglie ti aspetti a casa.»
Unodue si passò una mano sulla faccia. «Vorrai dire da sua madre.» Si scansò da Chip e si diresse al cubo trasferitore vicino alla postazione di controllo. Portò l’avambraccio coi pulsanti davanti agli obiettivi. Premette il risucchiacciaio.
«Beh, che ti aspettavi? Ti sei scordato del vostro anniversario.»
Unodue lo fissò di sottecchi.
Chip si grattò la nuca. «Scusa…»
«Lascia perdere.» Infilò l’imbuto nel cubo trasferitore, che risucchiò il bottino in un clangore d’ingranaggi. Sullo schermo al di sopra del cubo apparvero il cellulare, il forno a microonde, i due computer, il televisore, il nintendo ds, il lettore ebook, il tostapane, l’iPod e la playstation 3.
La luce rossa dell’altoparlante a lato del cubo si accese. «Raccolta terminata. Trasferimento al Nucleo in corso. Grazie Cacciacciaio Unodue numero 32784+»
Si voltò.
Chip scosse la testa. «Mi sa che dovrai inventarti qualcosa di veramente speciale per farti perdonare, questa volta.»
Unodue lo fissò. «Chip…»
«Sì?»
«Quante rotelle costa l’upgrade per sospirare?»

Nota dell’autore:

[Ho scritto questo racconto diverso tempo fa, e diverso tempo fa, quando Gamberetta scrisse che era disposta a revisionare racconti, gliel’ho mandato, e la sua valutazione… wow! Mi ha dimostrato che avevo ancora molto da imparare.

In ogni caso, credo possa piacere anche così, anche con molte cose da migliorare.

Metto qui il link alla discussione sul Vascello degli Scrittori dove ho postato la valutazione di Gamberetta al racconto, in modo che tutti potessero farne tesoro. Spero vi torni utile, siate anche voi scrittori o solo lettori appassionati.]

About Cercavoce

Mi chiamo Giacomo, sono un appassionato di Narrativa di Genere, in particolare Fantastico, e di storie in generale. Amo scrivere storie, e amo studiare per farlo al meglio. Studio tecniche narrative da diverso tempo, ma ovviamente non sarà mai abbastanza. Dalle mie storie potete aspettarvi tre emozioni: Epicità, Amore e Meraviglia. Con Epicità intendo l'esaltazione del clangore di un esercito contro un altro, il ruggito della guerra e dello scontro che scorre assieme al sangue, il tremore delle ossa che si spezzano e dei cuori che battono per distruggere gli ostacoli. Con Amore intendo sia l'Amore romantico, che semplice tenerezza. Un gigante di pezza che protegge una bambina, un padre che vuol salvare suo figlio, un cavaliere che libera la sua dama. Infine, con Meraviglia intendo il semplice, ma fondamentale, Sense of Wonder. Quel qualcosa che ti fa dire "Mio Dio, c'è davvero un leone fiammeggiante che ruggisce al centro dell'universo? C'è davvero un pirata che vaga nello spazio in cerca della sua voce? C'è davvero un giocattolo di latta grande quanto una mano che insegue una sua rotella fino al cuore della terra?" Come scrittore, mi sono riproposto di farvi provare queste emozioni.