In un precedente post segnalavo l’uscita del nuovo volume delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. La domanda di fondo era la seguente:
“Vale la pena di continuare questa saga da due milioni di parole?”
Dopo anni di attesa e svariati volumi, l’ultimo dei quali, come spiegherò, molto al di sotto degli altri, il nuovo capitolo doveva essere una sorta di riscatto, o se vogliamo un’ancora di salvataggio per una serie, che forte di personaggi memorabili e di un approccio cinico e realistico al fantastico ha logorato lentamente il suo potenziale. Difficilmente una saga può superare la soglia delle mille pagine
indenne, ma questo discorso sarebbe più opportuno farlo all’autore, non ai lettori, che giustamente esigono una risoluzione della storia a cui hanno dedicato centinaia di ore senza doversi sorbire dilungamenti creati ad arte per permettere agli editori di incassare qualche milione di dollari in più.
Cacciando il malevolo pregiudizio che le saghe siano allungate sempre più all’infinito solo perché contribuiscano a gonfiare il portafogli di scrittori ed autori, rimane solo da guardare a questo nuovo capitolo con la necessaria obbiettività.
Che libro è A Dance with Dragons?
Il precedente era stato deludente a causa della gestione del “party” di personaggi. Per una sfortunata coincidenza (vale a dire la folle decisione di Martin di dividere in due il libro), tutti i personaggi interessanti e nei quali il povero lettore aveva investito un minimo di empatia sono scomparsi, trascinati dal fluire degli eventi verso i luoghi più remoti di Westeros. Tyrion in fuga verso le città libere, Jon (a mio parere vero protagonista della serie dopo il decapitato-padre Ned-sonounidiota-Stark) confinato nei geli del nord, Daenerys scomparsa proprio sul più bello della sua crociata contro i barbari schiavisti. Insomma, qualsiasi libro non avrebbe retto ad una simile amputazione. E per essere chiari nemmeno A Feast for Crows ha retto il colpo. Con il punto di vista ristretto che adopera Martin, l’identificazione con alcuni personaggi eternamente disprezzati risultava impossibile. Personalmente la lettura d’interi capitoli dedicati ad inutili discussioni in cui, ancora una volta, emergeva la cattiveria di Cersei, mi risultava intollerabile, tanto da avere più volte deciso di sospendere la lettura. Lo stesso si poteva dire per tutti gli altri personaggi, secondari o proprio mai visti prima nel corso dei volumi precendenti e di cui dunque non fregava nulla a nessuno( nemmeno a Martin che infatti se n’è fregato pure di caratterizzarli dall’inizio e li ha tirati in ballo solo per allungare il brodo con qualche capitolo insignificante).
Dicevamo dunque: tra personaggi odiosi e che si vorrebbe vedere decapitati da qualcosa come 3000 pagine e scialbi comprimari elevati al grado di protagonisti, il pezzo forte degli altri volumi veniva meno. E poi i lupi? Che fine hanno fatto tutti i lupi?
Ma Martin è il nuovo Tolkien?
Manco per idea. A parte che, in pratica, chiunque abbia scritto qualcosa su Martin non si è sottratto a questo scontato paragone, direi che la discussione, se impostata in termini di punti in comune o “di chi sia meglio di chi” non può che essere arida. Per molte caratteristiche direi che Martin è l’esatto opposto di Tolkien:
- Tolkien s’ispira ad un medioevo ideale, quello dei poeti romantici alla Goethe e che non è mai esistito se non nelle poesie.
- Martin attinge alla storia, ai momenti più crudi delle guerre dinastiche come la Guerra delle due Rose, al medioevo com’è realmente stato, non come è stato raccontato.
- In Tolkien il male è esterno all’uomo. Lo tenta e spesso lo fa cadere, ma la regola è il bene a cui si torna dopo la quest dell’anello, dopo la caccia al tesoro, dopo avere ucciso il drago.
- In Martin bene e male non esistono. Esiste l’uomo imperfetto che deve fare delle scelte. Jon deve scegliere se difendere l’onore della famiglia e vendicare il padre, o rimanere al proprio posto come Guardiano della Notte. Non c’è una scelta giusta o una sbagliata.
- In Tolkien l’onore e la parola data contano più della forza e dell’oro. I regnanti rispettano antichi patti stipulati dai propri avi, un cavaliere sacrifica la propria vita piuttosto che violare un giuramento di fedeltà e uomini e donne rispettano la castità giurandosi amore eterno senza nemmeno darsi un bacio. Se un soldato non rispetta un voto, allora su di lui si abbatte una maledizione millenaria.
- Nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, vince chi è più furbo e ricco, i cavalieri eroici volano giù dalle torri o si ritrovano “accorciati della testa” proprio perché troppo ciecamente attaccati all’onore.
- Nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco Dio non esiste. Esistono gli dei, esiste pure una religione monoteista, ma nessuna creatura soprannaturale influenza la storia o le scelte dei personaggi. Gli uomini sono soli.
- Nelle opere di Tolkien c’è abbondanza di senso mistico. Gandalf, più che un mago, è una sorta di inviato degli dei, un angelo, o Ainur, secondo la mitologia tolkeniana. Molti elfi sembrano essere in costante comunicazione con il divino.
- Lo stile di Tolkien mima quello dell’epica classica e delle antiche saghe. È ricco di descrizioni superficiali ma che non rendono la psicologia dei personaggi.
- Martin dedica lunghi capitoli alla psicologia dei personaggi. Ogni gesto ed ogni pensiero ci viene mostrato da dentro, tanto da risultare quasi inevitabile per chi conosce il personaggio. Lo stile delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco non è quello altisonante usato per l’epica, ma più simile ad autori attenti alle dinamiche sociali come Dickens o al tratteggio dei personaggi quali Balzac.
Commento
A Dance with Dragons è esattamente il libro che sarebbe dovuto uscire cinque anni fa. Si ritrovano tutti i personaggi interessanti e la linea narrativa appare finalmente ripristinata. Vengono anche recuperate tutte quelle caratteristiche come i cliffanhanger a fine capitolo, (che tanti fan avevano portato alla saga fin da il trono di spade) ed i colpi di scena orchestrati da Martin con la consueta maestria.
Ci sarà un parallelo tra due dei personaggi più rappresentativi della saga, Jon and Daenerys che dovranno porsi interrogativi circa l’utilizzo del potere che ora controllano. Stilisticamente non ci sono molte variazioni rispetto alla scrittura, cinica eppure empatica e malinconica di Martin. Le atmosfere e gli ambienti sembrano un tutt’uno con i personaggi e ricordano loro il peso del destino che bussa alla porta e sembra dire:
“L’inverno sta arrivando.” Ora più che mai.
Detto ciò, il problema principale, che solo parzialmente può essere imputato all’autore e al libro, è quello di tenere insieme le fila di una trama di dimensioni mastodontiche. Risulta complicato tenere a mente tutti i comprimari, parenti, cugini di famiglie principali e secondarie di Westeros, ma in fondo la cosa può anche essere considerata come un ulteriore conferma della profondità e della perizia del lavoro di Martin.
Aggiungiamo una nota dolente che purtroppo affliggerà sicuramente i lettori italiani che non sono in grado di (o semplicemente non vogliono) leggere il libro nella versione originale distribuita da Amazon. Purtroppo, secondo voci che girano sul web (questo post, per esempio) la Mondadori ha l’intenzione di dividere ulteriormente il libro in più parti, non solo due, come di consueto con il resto dei volumi, ma forse anche tre.
Riassunto della recensione del libro:
A dance with dragons è ciò che i fan aspettano da anni ed un valido seguito delle parti più “felici” della saga. Non lo consiglio a chi è digiuno delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” così come non comprenderei chi, avendo letto tutti i libri di Martin da Il trono di spade a questo, decidesse di privarsi di questa lettura a causa dell’attesa o del trattamento editoriale che ha avuto in Italia e che non promette nulla di buono neanche per questo nuovo volume.
Voto: 








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Non capisco come fai a criticare così a cuor leggero Tolkien. C’è un abisso tra scrittori come Tolkien e anche il miglior libro di Martin. Circa il confronto che fai e che mi pare tenda mooolto a favore di Martin, ho trovato diversi errori:
Lo stile di Tolkien mima quello dell’epica classica e delle antiche saghe. È ricco di descrizioni superficiali ma che non rendono la psicologia dei personaggi.
a parte che secondo me lo stile di Tolkien è unico e che i personaggi sono molto ben costruiti, non mi pare che Tolkien copi lo stile da nessuno.
Nessun intento critico, ma solo un confronto. Volevo solo far notare che le differenze tra gli stili e il modo di costruire il mondo dei loro romanzi sono totalmente all’opposto. Questo fa pensare che chi specula e fa paragoni non conosce né Tolkien né Martin o, al massimo, ha solo l’obbiettivo di assegnare a Martin dei ruoli che non ha. Non volevo fare classifiche tra chi sia il più bravo(come ho detto nell’articolo, se leggi bene). Se pensi che il confronto vada in favore di Martin è perché inconsapevolmente preferisci le caratteristiche oggettive che ho elencato dei suoi romanzi rispetto a quelle di Tolkien. Aggiungo comunque, per riequilibrare il confronto, se ce ne fosse la necessità, che il cinismo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco non è completamente originale (o non lo è più da un pezzo). Molti romanzi e film storici sono nudi e crudi e rifiutano totalmente idee come l’onore, la cavalleria e via dicendo. A questo punto si arriva all’opposto, in altre parole Tolkien viene riscoperto come se fosse originale rispetto ai nuovi romanzi fantasy.
Tolkien scrive raccontato ed è terribilmente soporifero. Una brutta pagina nella storia del fantasy. Detto questo, Il Silmarillion è un buon libro. Ma Martin è molto, molto meglio di Tolkien.
Occorre contestualizzare. Senza Tolkien, mi spiace, ma non ci sarebbe stato nessun fantasy. Questo ovviamente non implica che io non debba notare i palesi difetti della scrittura di Tolkien come chiunque non sia affetto da cecità fanatica. Molti di questi difetti però sono riconducibili al contesto letterario di Tolkien. Se leggiamo delle opere di quasi un secolo fa, non possiamo stupirci se poi non le troviamo avvincenti come l’ultimo romanzo di Martin, che è scritto apposta per soddisfare determinate pretese del pubblico contemporaneo. Per il resto, trovo ridicolo pensare a Tolkien come ad una brutta pagina del fantasy. Tolkien è “il Fantasy” per il novanta percento dei lettori e, dunque, chiunque voglia parlare del genere, anche producendo delle opere totalmente diverse (o migliori, come dici tu) deve confrontarsi con quel che rappresenta. Anche Martin, per fare un esempio concreto, ha affermato più di una volta l’importanza di Tolkien nella sua formazione di scrittore.
Sono due autori totalmente diversi, sia per tematiche che per aspirazioni. Che Tolkien si rifacesse ai modelli del poema epico lo sanno anche i sassi, mentre Martin si è palesemente ispirato al realismo e al romanzo storico. L’unica cosa che hanno in comune è appunto il genere e, nelle parole dello stesso Martin, l’unica ispirazione che ha tratto da Tolkien è la “compagnia” (gli Stark) che comincia raggruppata e poi viene divisa.
Io sono d’accordissimo con i distinguo fatti nell’articolo. Personalmente preferisco la morale in “scala di grigi” dei personaggi di Martin, ma riconosco l’importanza di una pietra miliare come Il Signore degli Anelli (pur con tutte quelle canzoni buttate lì in mezzo). Per dire, con le Cronache Martin sta decostruendo i tòpoi di un genere narrativo che, in buona sostanza, derivano tutti dal lavoro di Tolkien.
Chiedo venia per la coda di moderazione del primo commento, ma gli spammer ultimamente sono più dei commentatori.
D’accordo nel dire che Martin non abbia preso granché da Tolkien, infatti anche io mi sono sorpreso quando ha affermato il contrario.Non lo so, magari gli piace la Guinness, il che spiegherebbe pure i tempi biblici della sua produzione. Se trovo l’intervista in questione, che era in inglese, la linko di seguito.
Se leggi l’intevista che tu stesso hai postato ti accorgerai che Martin si ispira molto a Tolkien, come ogni scrittore fantasy del mondo; il Signore degli Anelli per ogni scrittore del genere è imprescindibile; d’altro canto i due autori sviluppano una poetica diversa affrontando la narrazione con dei presupposti differenti: Tolkien ha la mitologia e l’epica nell’animo (non indaghiamo il perchè: la risposta è nella vita di un autore, che non può essere certo riassunta in due parole snocciolate a posteri), Martin d’altro canto è uno storico a tutti gli effetti; realismo e comportamenti umani sono il suo pane(non che questi siano elementi del tutto ignorati da Tolkien, chi lo pensi farebbe meglio a rileggersi le sue opere..)
Detto ciò, mi complimento per la recensione, ben fatta, e spero di aver scritto un commento chiaro.
Vien voglia di acquistare la versione inglese, che ad aspettare quella italiana si diventa vecchi..
Sì, non temere, il tuo commento è molto chiaro
Anche acquistare la versione inglese è un’ottima idea, anche per il costo quadruplicato dei volumi in italiano e per la traduzione dubbia. Per il resto siamo abbastanza d’accordo. Dalle interviste si evince che Martin ha amato Tolkien ma, nonostante questo, ha scelto un percorso diverso.
In un pezzo più recente ho tentato di approfondire la questione delle diversità tra i due autori.
http://www.jrrtolkien.it/?page_id=3000