Chaos cinema, finzioni e metanarrazioni



Qualche giorno fa è apparso quest’articolo di Elvezio Sciallis sulle caratteristiche di certo cinema d’azione contemporaneo. L’autore-blogger, ispirandosi-a/riportando-il documentario Chaos Cinema di Matthias Stork, ha dato il via ad una interessante discussione. Sintetizzando all’estremo, gli argomenti erano i seguenti: come certi registi (tipo Michael Bay) utilizzino delle tecniche e retoriche cinematografiche per “bombardare” la mente degli spettatori, invece che coinvolgerli; quale sia la differenza tra questo cinema e quello d’azione tradizionale di registi tipo John Woo o Spielberg; e quali siano le cause di questo cambiamento. Poi, nei commenti, si è finito a discutere di  come i videogiochi o le serie influenzino la nostra modalità di rapportarci anche al grande schermo.

Devo ammettere che la discussione ha risvegliato delle riflessioni che ronfavano nella mia testa da un po’ di tempo. Oltretutto, avendo da poco visto e recensito il sopravvalutatissimo Super 8, mi trovo fresco di risentimento verso una deriva che il cinema americano sembra avere preso e che a me, istintivamente, non è mai piaciuta.

Tanto per capirci, la scena iniziale dell’incidente ferroviario in Super 8 ricollega tutti i discorsi intrapresi finora:

La scena è proprio il simbolo di un determinato modo di fare cinema. Non si capisce nulla, lo spettacolo è fine a se stesso, non c’è un legame logico-causale tra le varie scene, al punto da risultare assurda a chi ha anche solo un minimo di senso critico. Va aggiunto che Super 8, fin dal titolo, è un film che ambisce al titolo di meta-cinema; la qual cosa è stata fatta notare all’estremo dalla solerte critica che però ha mancato di dire che nello specifico Super 8 è un film brutto che parla di cinema e che non riesce a smarcarsi di una virgola dalla citazione Spielberghiana. Ogni scena è metanarrativa nel senso che sintetizza altre cose già viste. In pratica ogni scena è un cliché volontario e ricercato.

Ritornando alla discussione: esiste una possibile definizione alternativa di metanarrativo.

Qualsiasi film brutto è metacinematografico, in quanto per il fatto stesso di essere brutto, spinge lo spettatore ad uscire dalla sospensione dell’incredulità, e dunque a riflettere sul fatto che sta guardando un film. Viceversa, il miglior modo di giudicare un buon film è valutare il grado d’immersione dello spettatore nella storia, quanto questo s’indentifichi con i personaggi e se le vicende di questi abbiano o meno rilevanza per lo spettatore (o il lettore).

Un buon film o un buon libro riesce a far dimenticare di essere un ottimo film/libro e far entrare il lettore- spettatore nel macro-micro mondo della finzione.

Provate a guardare questa scena:

Perché pensate che questo non sia cinema, né metacinema, ma spazzatura (trash in lingua d’Albione)?

Esatto, se non siete un regista che si crede più intellettuale solo perché parla ad muzzum di metanarrativa, capirete che la scena di cui sopra è metanarrativa, ma nel senso che essendo fatta male rivela il suo essere finzione. L’esempio citato è ovviamente un estremo, ma devo ammettere di avere provato sensazioni simili vedendo la scena iniziale di Super 8: senso del ridicolo. Lo stesso sentimento che provo vedendo un film come Transformers, Transformers 3d o Transformers in technicolor.

Ovviamente esistono anche esempi eccellenti di metanarrativa:

 

Noterete però che la sensazione, qui, è quella della confusione: che cosa è appena successo?
Lo spettatore è prima immerso nella narrazione, attraverso i celebri dialoghi tarantiniani, una caratterizzazione perfetta dei personaggi ed un montaggio che crea grande aspettativa; poi, con un solo gesto, tutto viene sospeso nel vuoto. Nella sequenza successiva ogni cosa torna alla normalità e la sospensione dell’incredulità è finalmente ripristinata.

Un altro esempio è quello di film come Cloverfield.

Apparentemente qui si fa Chaos cinema. Nella scena vige la confusione assoluta, la telecamera traballa non si capisce nulla e spesso si perdono le coordinate spaziali.

Questa volta però il meccanismo funziona, proprio perché l’autore ha giustificato l’espediente narrativo all’interno della narrazione stessa: il protagonista ha in mano una videocamera attraverso la quale riprende l’attacco alla città.

Chi crederebbe che Neo è capace di volare se non si trovasse in all’interno di un simulatore virtuale di nome Matrix?

Dunque, sintetizzando e semplificando, esistono due filoni principali nel cinema contemporaneo che sono in contrapposizione tra loro. Uno è quello di film come Cloverfield, The Blair Witch Project, District 9 che simulano un iperrealismo attraverso mezzi tecnici ed effetti speciali che non hanno nulla da invidiare ai blockbuster stile Michael Bay; l’altro è il filone dell’intrattenimento senza sé e senza ma, che spara direttamente nel subconscio dello spettatore le immagini caotiche che servono ad intrattenerlo senza una mediazione narrativa degna di questo nome.

 

About G.V. Falconieri

Blogger, scrittore; recensisco film e libri su siti e portali in giro per il web. Mi interesso di letteratura di genere, #ebook #fantasy #cinema. Amministro il sito "La foresta dei sussurri".Se volete sapere altro, scrivete qui Il mio profilo su Google+